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La Rivoluzione trallallero
La Rivoluzione trallallero
La Rivoluzione trallallero
Quando la si trallallera troppo si scassa,
La si mette da parte a cazzeggiare
La si mette da parte a cazzeggiare
Per molto tempo finché non passa.
(Léo Ferré)

Un'epoca appassionata è essenzialmente rivoluzionaria; per questo ha essenzialmente forma, cultura; per questo potrà essere violenta, licenziosa, selvaggia. Un'epoca appassionata è essenzialmente tumultuosa. Vuole rovesciare tutto, spazzare via tutto.

Un'epoca spassionata viceversa, e riflessiva come la nostra, trasforma le prove di forza in un'acrobazia dialettica: lasciar sussistere il tutto togliendogli capziosamente senso. Oggi intendiamo rivoluzionario il querulo affanno e l'esperienza chiacchierone di alcuni, cui manca però l'azione liberatoria. Il coraggio, che rovesci le vecchie convinzioni, indebolisca le autorità, oscuri le idee comuni. Costoro non urlano, se non per sentito dire; non sbattono le porte, ma aprono le finestre con un click del mouse.

Un'epoca appassionata è essenziale. Nulla invece appare più superfluo, e privo di un qualsiasi spessore morale, come la nostra epoca. Come uno speleologo che si arrischia nella cuccia del cane osservandone lungamente le pulci, un subacqueo che non ha mai osato tuffarsi in un luogo preciso, ma ha percorso la superficie per chilometri fino all'occorrenza del proprio fiato e lì è stato divorato dai pescecani.

E il mare oggi è una metafora al di là della quale popoli interi sprofondano nel proprio sangue. O che attraversano ripercorrendone le frequenze satellitari.
Basta leggere i giornali, basta parlare di opinione pubblica, di sondaggi, anonimati numerici e banalità devitalizzate dalla leggerezza che è loro propria. Ogni cosa accade senza muovere niente, ma conservando traccia di una tradizione senza più varianti, proseguendo lungo il corso degli eventi, dei comunicati stampa, delle prese di posizione, della anticipazioni, senza alcun confronto probatorio, fino a quando la somma delle scortesie morali reciproche e delle omissioni tollerabili non sia colma.

E in questo cieco gioco del potere, delle regole, in mancanza di un avversario riconoscibile - e per quanto repellente, riconosciuto - la categoria del politico diviene inutile, faziosa, inconsistente e se ne impone la sua trasfigurazione antropologica e iperbolica, triviale, per scomparire ben presto nel dramma in prima pagina, rimosso ancor prima di poterne afferrare il dolore.

Quanto è difficile perforare lo strato di interessi che il quotidiano impone nella nostra vita per poterne intravedere il limite morale? Basti pensare all'apatia generalizzata che circonda i buoni intenti di un individuo, di un'organizzazione e di uno stato e il getto di insulti cui sono rispettivamente soggetti per un errore retorico qualsiasi. Un equilibrio perverso che non permette nulla. In cui ogni scelta sarà l'ultima ed ogni eventuale errore, per quanto minuscolo, l'apocalisse.

La riflessività, garbato antidoto al cinismo della notizia che uccide tutte le altre, si erige oggi più alta del cielo a principio ultimo di moderazione, necessaria per addomesticare coproduttori di riflessioni. Un mercato senza eguali, senza merci reali, ma protesi di una qualche superstizione. E come in un epoca appassionata l'entusiasmo, l'approssimazione e la fiducia, sono principi unificanti, così in un'epoca spassionata e iperriflettente, l'invidia diviene il principio unificante in negativo, su cui si basa il mercato delle idee, della nostra epoca. E l'invidia si erige a sua volta a principio della mancanza di carattere, incapacità di ammirazione, che dal bassume intende strisciare su fino ad essere qualcosa, sempre coprendosi dell'ammissione di essere niente in tutto.

Non c'è da farsi alcuna meraviglia allora se oggi il pubblico ha assunto un ruolo fuorviante. Oggi si può parlare a una nazione in nome del pubblico interesse, non più di un popolo - chi lo fa è un ipocrita - eppure il pubblico è meno di un'unica persona reale. La categoria di pubblico è un miraggio (della riflessione) che abbagliando ha reso gli individui vanitosi, arroganti, giacché ognuno può arrogarsi questo mostro enorme, paragonate al quale le concrezioni della realtà paiono meschine; il pubblico non è la somma delle singolarità e insieme delle corrispettive proiezioni, ma solo e malamente di queste: è la fiaba che induce in un'epoca riflessiva e spassionata a fantasticarsi più grandi dei sovrani; ma pubblico è ancora l'astrazione crudele a cui gli individui debbono essere educati religiosamente - o soccombere.

La chiacchiera, l'assenza di forma, la superficialità, la civetteria, la riflessività sono parimenti i tratti della nostra epoca, di cui si costituisce il privato assurto a moltitudine. Sono gli strumenti principali dell'individuo che si abbandona indolente fra i mercanti dell'informazioni e che, con l'ottusità propria degli specialisti ad armamento leggero, degni di un'epoca come la nostra, si faranno chiamare giornalisti o magistrati.
 
Copyright (C) 2002 Riccardo Bagnato