Lettera al proprio sociolog
"I nostri progenitori mi apparivano, minacciosi. Ritengo, anche se non oso dirlo in pubblico, che essi siano responsabili di tutto, hanno dato inizio alla vita canina, e così, alle loro minacce potevo facilmente rispondere con altre minacce, ma mi inchino al loro sapere, esso deriva da fonti che non conosciamo più, perciò, sebbene mi adoperi nel lottare contro di loro, non violerei mai le loro leggi, ma mi insinuo attraverso le lacune della legge, per le quali ho un fiuto particolare."
(Franz Kafka, Indagini di un cane)

Egregio Professor Buzzi,

mi chiamo Riccardo Bagnato e lavoro come coordinatore di un progetto europeo a Modena. Ho vissuto negli ultimi cinque anni in Francia e in Germania e prima negli Stati Uniti. Al mio rientro in Patria ho altresì fondato e dirigo una rivista non profit che sia chiama Energie Nuove che tratta di vivere civile se così posso dire, ma più in generale di Terzo settore e Università. Ho ventisei anni e la vorrei invitare a leggere quanto le scrivo, scusandomi della lunghezza, e ringraziandola anticipatamente del tempo che mi concederà. Le auguro buone vacanze natalizie, e un buon 1999.

Egregio Professore,

Lei sa meglio di me che le leggi senza i costumi non bastano. Cioè, senza andare a disturbare da subito Montaigne e altri illuministi à la page, che ne qual caso potrebbero dare un valido supporto filologico a questa frase, intendo: ciò che definiamo conclusioni ufficiali (e ufficializzate e formalizzate: leggi) su di un fenomeno sociale non nascono da semplici statistiche, bensì da quel complesso antropologico e sociale che trova la sua specificità nella generalità della cultura, fra cui i costumi.
D'altra parte tutti riconoscono che i costumi dipendono principalmente dalle opinioni e che le opinioni non sono semplicemente la somma aritmetica delle mie e delle sue, ma ciò che chiamiamo opinione pubblica. E infine che la mancanza in Italia di una vera opinione pubblica, non può non limitare di moltissimo gli studi sociali.
Infatti le altre nazioni civili - e mi riferisco principalmente a quelle anglosassoni come la l'Inghilterra e gli Stati Uniti, ma anche la Germania e la Francia - hanno un principio conservatore della morale e della società, che benché paia minimo, è di grandissimo effetto. Questo principio è la società stessa . Ed esso, come le scrivevo all'inizio di questa lettera, è costituito da leggi e costumi ma soprattutto da un'opinione pubblica, la quale, dove se ne fa conto, si ha ragione a considerare importantissima perché influisce veramente su molti beni e molti mali della vita dell'individuo in quei Paesi, dove, a riprova, gli studi sociali sono progrediti e si sono affermati.
Della scarsa affidabilità della nostrana opinione pubblica ne è esempio l'idea, che lei stesso prende con le molle, per cui una generale dissoluzione dei modelli di riferimento forti, avrebbe indotto più o meno direttamente la mia generazione - cito - pragmatica e presentistica, a formulare per sé in ambito sessuale una eticità frammentata, dove, non avendo più spazio concetti di giusto o di sbagliato, il singolo rivendicherebbe l'esclusiva capacità di giudizio.
Detta così, egregio Professore, o la si prende seriamente, e non si può certo fare finta di niente ché l'affermazione è veramente pesante, oppure la si considera, come si alludeva qualificare l'opinione pubblica italiana, superficiale o peggio meccanicistica. Non volendo considerarla poco seria le scrivo per porle alcuni quesiti nati dalla lettura del suo ultimo contributo (Giovani, affettività, sessualità, Bologna,1998).

Una volta, quando si voleva parlare di sessualità, lo si faceva tenendo appunto in considerazioni i nostri costumi. Si parlava allora di ambizione, onore, vergogna, poi di pudore, di socievolezza, di narcisismo, di discrezione e di civetteria. Glossario di una sociologia a suoi albori, non ancora scienza sociale, ma che ben presto come tale e dai più riconosciuta.
Questi termini avevano il pregio intuitivo di conservare, in mancanza di una terminologia concettosa e accademica, buona parte dell'intuizione cui il sociologo o lo psicologo di turno si affidavano. Erano in sostanza parole - diciamo pure così - pubbliche, ovvero note a un'opinione popolare se non ancora e propriamente pubblica.
La ricostruzione allora che se ne faceva, dalla superficie empirica facilmente intuibile, fino al suo interno, fin nel dettaglio scientifico, accompagnava l'opinione costituita verso il dato sociale, ma conservava nel passaggio quanto più poteva dell'origine popolare o pubblica, quando, nei casi forse più fortuiti e rari, non la rafforzava, ridandole quel significato altrimenti corroso dall'uso.

L'indagine IARD da lei presentata e discussa, invece, parla di atteggiamenti o di leggi, con scarsa attenzione - a mio modo di vedere - all'opinione pubblica, e mi spiego meglio. Mi pare infatti non venga adeguatamente evidenziata l'importanza di un'opinione pubblica giovanile in crescita.
Di fatto non si può limitare la riscoperta della politica, ad esempio, dicendo che forse i giovani, a causa di un recente processo di spettacolarizzazione della politica, stanno semplicemente perdendo il gusto del fare politica, a favore di modalità comunicative ed espressive assai più legate al dire. E' evidente un atteggiamento riduttivo dello spettacolo e del concetto di opinione pubblica stesso (rivelando molto di più sul questionante, che sulla questione), ché l'opinione pubblica è proprio questo in fondo: essere spettatori che possono decidere il successo o il fallimento di un'idea col solo dire; e quel 50,5% di giovani che hanno concordato con l'affermazione "Mi tengo al corrente della politica ma senza parteciparvi personalmente" ne è un evidente e positivo sintomo statistico. Il giudizio informato, e non uniformato, non è forse un atto politico?

Ma veniamo al punto. Lei dice che le nuove tendenze della cultura giovanile hanno mostrato come la reversibilità delle scelte sia uno dei principi cui sottostanno atteggiamenti e comportamenti. E questo è un dato verissimo, supportato dalle leggi, dai costumi e dall'opinione pubblica giovanile in crescita. In parole più povere si veda l'innumerevole letteratura dedicata al fenomeno del mammismo negli ultimi anni.
Nessuna fra le scelte ritenute generalmente definitive come un matrimonio, un figlio ecc., è percepita come irrevocabile. Si può sempre divorziare, abortire: al proposito, inoltre, la generale tolleranza che circonda questi argomenti e l'abitudine per esempio di dipendere a lungo dalla famiglia di origine confortano infine il dato.
Da cui il ritardo con cui i giovani assumerebbero il ruolo di adulti, in quanto l'adulto sarebbe a questo punto la figura che invece ha in qualche modo piena coscienza dell'irreversibilità di certe decisioni - e mi conceda l'apparente drammatizzazione - soprattutto della morte, momento massimamente irreversibile.
Fra le osservazioni significativissime che l'indagine ci mostra, oltre a questa della reversibilità delle scelte, metto: una generica parificazione fra i sessi da un punto di vista morale (in sostanza ciò che i giovani reputano immorale in ambito sessuale lo è indiscriminatamente sia per le giovani donne che per i giovani uomini) e - come si dice nella ricerca - l'avvento della pillola, come metodo contraccettivo, secondo solo dopo il profilattico, per cui le giovani donne (cosa inibita alle loro stesse madri) sarebbero così in grado di appropriarsi per la prima volta del controllo della propria fecondità: segnale del come anche in Italia la tradizione contraccettiva stia passando dal controllo maschile (coito interrotto, profilattico) a quello femminile (contraccettivi chimici, ma non ancora meccanici - quali spirali e diaframma - assai diffusi in altri Paesi).
Ora, la parificazione sessuale e lo spostamento del controllo non sono fenomeni indipendenti (come potrebbero?), e si potrebbe inizialmente sostenere che un equilibrio è stato raggiunto perché e dove una concezione più o meno maschile o più o meno femminile delle scelte nella sfera sessuale si sono riequilibrate fra loro.
Detto questo credo che anche la prima osservazione sulla reversibilità delle scelte sia in un qualche modo connessa a questo riequilibrio. E vorrei chiederle se anche lei è d'accordo.

Cosa vuol dire reversibile? Una scelta reversibile è una scelta che non comporta un vincolo definitivo, ma che può essere in qualsiasi momento, appunto, revocata.
Per il momento ammettiamo che l'attitudine dei giovani sia quella di considerare scelte comunque non definitive, quand'anche queste siano in realtà irreversibili per diversi motivi; come ho già detto infatti si può sempre divorziare, abbandonare tutto e tutti, e così via.
Ma la possibilità di questa apparente deviazione psicologica, con cui si affrontano decisioni confidando sempre in una sorta di seconda chance, fa sì che i rapporti prendano la forma della civetteria, dove per civetteria si intende un modello sociale di riferimento, o più comunemente un costume, una parola in parte desueta forse, ma il cui senso ancora pare generalmente inteso e di cui le attuali traduzioni rischiano di non confarsi al tono della lettera.
E' caratteristico della civetteria infatti, nella sua manifestazione più volgare, lo sguardo con la coda dell'occhio e la testa mezzo girata: ha il fascino del clandestino, del fuggitivo, di ciò che non può durare a lungo e in esso si mescolano inscindibilmente il sì e il no.
La civetteria trova la sua fine, sono parole di Simmel, in ogni decisione definitiva; e la più grande maestria nell'arte di essere civetta consiste nello spingere la decisione delle cose al loro limite senza però cedervi: è questo il compimento del ruolo sessuale che compete all'elemento femminile già a partire dal regno animale, Darwin e Simmel dicunt et vox populi.
Per questo motivo, ripensando alla parificazione tra i sessi osservata nell'indagine, e a quella sorta di femminilizzazione cui le accennavo poco prima, ho del tutto arbitrariamente declinato il problema secondo questa osservazione e continuo: il motivo che spinge la donna a questo comportamento civettuoso - continua il sociologo tedesco - è il fascino del potere e della libertà, insiti nella figura maschile.
Il potere della donna invece, che si troverebbe una sola volta, o comunque di rado, nella condizione di decidere sulla questione fondamentale della propria vita, si rivela nel sì e nel no, e proprio in questa antitesi fonda il sentimento di libertà, l'indipendenza dell'Io, riuscendo a dominare i contrasti eludendo una decisione definitiva.

Non intendo certo sostenere disparità etiche o valoriali fra uomo e donna, e se così sembrasse, correrò il rischio (s'intendesse così, questo contraddirebbe in buona parte quello che lei stesso scrive nelle conclusioni e non è mia intenzione: è il caso ad esempio del maggiore investimento emotivo femminile nel rapporto di coppia, della più accentuata tensione delle giovani donne verso una comune progettualità nei legami sentimentali, della loro minore disponibilità all'infedeltà ecc).
Personalmente infatti mi è infatti capitato di osservare più di una volta come le mie compagne di classe durante le scuole superiori fossero molto più lige agli obblighi quotidiani impostici; più avanti all'Università come le mie colleghe di studio fossero molto più capaci da un punto di vista organizzativo; e oggi, sul posto di lavoro, mi accorgo ogni giorno quanto le mie colleghe evitino in modo del tutto naturale di astrarsi dalle esigenze del quotidiano, ma che vi rispondano a tono: con concretezza e progettualità.
Questo però si scontra con una certa problematicità o - mi permetta e mi permettano - una certa apparente astrazione o illogicità delle donne nella sfera sessuale, che peraltro lei rileva come prima conclusione a pagina 106 dell'indagine.
Da un punto di vista poco simbolico, ma affettivo infatti, il rapporto sessuale di coppia resta molto più compromettente da parte delle giovani donne, molto più che da parte dei giovani uomini. Un rapporto sessuale infatti, riprendendo quanto detto sulla civetteria, sembrerebbe rappresentare la fine della libertà e del potere, in altre parole: la fine dell'arbitrio femminile, da cui un abbassamento del potere contrattuale e un innalzamento del rischio di investimento.
Perciò, in conclusione, non solo il riequilibrio tra i sessi è effettivo e positivo, ma lo è nella misura in cui tali estremi, tra astrazione e concretezza, evento e progettualità, sembrano avvicinarsi in nome di un generico ma quanto mai positivo dialogo fra coetanei.

Ma rimane il problema.
Sarò esplicito: si accusano le giovani generazioni di non assumersi le dovute responsabilità che il ruolo di adulto comporterebbe. Lei aggiunge come tale transizione verso l'acquisizione dei ruoli adulti costringe i giovani uomini e le giovani donne ad essere da un punto di vista psicologico e fisico adulti, ma da un punto di vista sociale adolescenti: si conclude dicendo che le giovani generazioni hanno il timore di prendere decisioni definitive, e siamo da capo.
Anche in questo caso, e in questo caso ancor più gravemente, si commette l'errore di non valutare alla stessa stregua delle leggi, i costumi e l'opinione pubblica.
Mi dico: se la donna civettava perché affascinata dal potere e dalla libertà che l'uomo aveva, il soggetto di questa civetteria, che è ora per mia convinzione la generazione giovanile, si distacca da una tangibile realtà e fa ingresso in una categoria instabile e oscillante, che certo, contiene il suo proprio essere, ma non lo manifesta con assoluta chiarezza, in altre parole è costantemente revocabile, se non quando si trova sicuro di poterlo rischiare.
Così come la donna ritrovava nella civetteria un momento di controllo, potere e libertà sull'uomo eludendo sul sì e sul no, le giovani generazioni, noi ventiseienni, civettiamo con le generazioni adulte perché ci sembra uno dei pochi modi in cui possiamo raggiungere il potere e la libertà.
L'ironia dominante cui si costringono i giovani scrittori, il sarcasmo e il cosiddetto pragmatismo giovanile (non altro che la faccia presentabile di una profonda ironia e strafottenza delle giovani generazioni verso ogni adulto), l'inafferrabilità cui tende il giovane e la giovane nella loro totale semplicità apparente, parentesi (ha mai visto i programmi di Cartoon Network… e qui parliamo di giovanissimi!), sono segnali anche questi che stridono con il vero pragmatismo che si vuole far bandiera delle giovani generazioni.
Un tempo era diverso. Oggi il livello culturale medio è aumentato, la concorrenza pure, e non dobbiamo concorrere solo tra ragazzi e ragazze italiani, bensì d'Europa e di molti altri Paesi extraeuropei. Le aspettative, indice di una sovrastruttura assai dannosa all'analisi di dati statistici per i cosiddetti studi sociali, - le aspettative dicevo - delle vecchie generazioni, che vorrebbero il giovane assumersi le cosiddette responsabilità da adulto, sono schemi e strumenti logorati dal tempo. Il mondo in cui noi viviamo oggi è radicalmente diverso, se non altro da un punto di vista quantitativo. A questo proposito non c'è una precisa soluzione e la situazione di impasse che si traduce in civetteria, cioè in indecisione, è un fenomeno che attraversa e investe le generazioni, non solo i giovani (sigh). E poi chi sono veramente i giovani?

Sono giovani i trentenni? Mah, non saprei. Sono giovani i figli dell'elefantino della Lines, di Star Treck, degli Oliver Onions? Guardi le riviste dedicate ai giovani e di giovani: parlano di Silvia Baraldini, del Messico, del Chapas, di quell'attualità che a un giovane - mi permetta un'espressione dialettale - fa spadire i denti. Qual è l'anima di questi giovani? Guardi i cartoni animati, dove all'insaputa dei più giovani vi si trovano moltissime citazioni più o meno evidenti di un passato che non appartiene loro (sembrano fatti per un'altra generazione!), oppure ascolti la musica dei giovani, dove vengono prodotte e riprodotte con una noncuranza tutta commerciale le basi, le melodie, a volte le stesse intere canzoni di decenni fa, dimenticate da qualche parte nella testa dei più giovani e da usare come esca di richiamo pseudoatavico. Oppure sono adulti gli Ernesto Galli della Loggia e la lunghissima quanto mai discutibile collana de Il Mulino sull'identità Italiana (in cui si parla di pizza e spaghetti, dell'Altare della Patria, di Giordano Bruno ecc.., ma questi intendono trasmetterla l'identità nazionale, sta loro a cuore, come sta a noi? O intendono più semplicemente mummificarla? E vendersela fra loro?); oppure sono giovani quelli che non giocano a codificarsi un passato? Ma che per motivi diversi sono costretti a farlo? E perché sarebbero costretti a farlo? Visto che sono giovani, avrebbero invece tutti i diritti di non fare un bilancio così mortificante, ma tant'è: non si può dimenticare questo accidioso motto dietro cui si nascondono ragioni ben più personali e generazionali che di principii storici.

E poi, perché tanto interesse per i giovani? Le ricerche abbondano, le statistiche e gli studi talora si sovrappongono denunciando un interesse sospetto.
Quale sarebbe il sospetto latente? Mah, quello di parlare di se stessi, con un pizzico di nostalgia o narcisismo (a volte sciatteria) intellettuale, e sia ben inteso, non intendo qualificare così l'indagine IARD, piuttosto il chiacchiericcio generale che sta intorno al grande concetto degli ultimi anni: "i giovani".
Perciò mi sorprende l'incertezza generica che ricavo da quel querulo affanno e scientifico, che circonda l'argomento (e non nego di sentirmi - soprattutto in libreria - assediato, con gli occhi addosso), al quale si chiede, quando va bene, di chiosare l'accaduto.

Chi sono insomma i giovani? Lei sembra aver adottato il semplice parametro anagrafico per poi diciamo confutarlo sulla base di comportamenti sociali e psicologici sincronici e diacronici. Perché interessa tanto capire i giovani? Perché con tanta precisione, a volte, appena si apre un archivio di quanto pubblicato negli ultimi anni, direi morbosa, perché si indaga sulla sessualità dei giovani? E fondamentalmente: a chi si rivolgono tutte queste ricerche, indagini, studi? Qual è il target, se non editoriale, ideale di queste pubblicazioni?
Perché vede, egregio Professor Buzzi, anche Repubblica, ad esempio, ha istituito un gran bel Forum sul Web cavalcando la provocazione del Commissario europeo Mario Monti, il quale propugnava provocatoriamente uno sciopero generazionale, ma la invito ad andare a leggere le risposte dei giovani, dove almeno due aspetti saltano agli occhi: il primo è che chi ha risposto ha vissuto o vive all'estero, vivendo la propria Italia come impraticabile, e il secondo, che i giovani non sentono il problema come sembrano sentirlo gli adulti. E inoltre la invito a verificare quelli che Repubblica presenta come "giovani visibili" in contrasto con quelli, la maggioranza, che dovrebbe essere invece "invisibile"; le faccio anzitutto notare allora che il criterio è dubbio per definizione, cioè che la visibilità è di per sé riduttivo come parametro di 'realizzazione', prova ne sia che i quattro giovani presi ad esempio come "giovani sul cammino della maggiore età psichica" sono tutti presentatori, cioè hanno a che fare con la televisione o con la politica. A riprova della consueta autoreferenzialità - involontaria forse - che rischiano tali indagini.

Ora, sono consapevole di aver via via ampliato i termini della questione, ma in un certo senso è proprio quello che intendevo fare, e quello che intendevo dire all'inizio di questa lettera quando le scrivevo che le leggi da sole non bastano, poiché esse nascono dalle opinioni pubbliche.

Ma per concludere, in attesa di una sua risposta che mi possa chiarire le idee, le offro un paradossale capovolgimento di una sua tesi: se è vero che i giovani sono adulti da un punto di vista psicologico e fisico, ma adolescenti socialmente, si potrebbe altrettanto dire - e solo fino a un certo punto provocatoriamente - che i gli adulti di oggi sono di certo socialmente adulti, ma psicologicamente adolescenti, e di questa adolescenza portano i segni: l'egotismo e l'idea per cui la posizione raggiunta sia indiscutibile, un modo come un altro per dire irreversibile.

Cognento, 18 dicembre 1998

 
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