La luna e il pozzo
 
Aveva forse capelli d'oro,
di paglia secca, lo sguardo strano,
le mani quelle di un aeroplano,
che prese fuoco, e poi prese il volo.

Quando le dissi, senza aspettare,
amore, sposami, questo tramonto,
la schiena solo, riuscii afferrare,
fra le mie mani, per un momento.

E lei più forte, del mio pensiero
voltò lo sguardo, fin dentro il cuore,
ci vide il falso, parlar col vero,
pregando quello, non fosse amore.

Non fosse quello, quel sentimento
che un giorno aveva, cacciato via,
perché temeva, che quel tormento
potesse ucciderla di nostalgia.

Ma il vero aggiunse, “Non aver fretta,
aspetta il tempo, che verrà un giorno,
in cui la sola, parola detta
sarà per sempre, qui di ritorno”.

Lui prese allora, quei fianchi offesi,
le disse, amore, più d'ogni cosa,
vorrei potessi, spiegare al mondo
perché ti chiedo, d'esser mia sposa.

Perché ho capito, che solamente,
dove il volere non cede al melo,
lì sta l'amore, che ascolta e sente
il vero dire, al falso il vero.

Dove il pensiero concede al pianto
di dire al tempo, non mi aspettare:
rigonfia pure, le vele e il vento
di un'altra nave, che vuol partire.

Io resto al fianco, di chi mi ha detto
un giorno amore, sarò per sempre,
quando sarà, il mio tempo giunto,
d'esser chi sono, liberamente.

Passava il tempo, e a quel tramonto
s'aggiunse il ritmo, delle stagioni,
il cuore allora, che sembrò pronto,
si aprì di colpo a nuovi amori.

Ma quel che aveva, fra le sue mani,
ora e per sempre, era il rimorso
di aver atteso, tutti quegli anni
un male oscuro, fare il suo corso.

La bella vita, e senza affanni,
il tempo scorrer, fra i denti e i polsi,
i sogni, gli anni, i gatti e i cani,
cercarsi invano, fra i baci e i morsi.

Ma non bastava, sapere amare,
la vita aveva, strappato il cuore
di quei due amanti, costretti a stare
lontani ancora, per non morire.

Per non rifare, gli stessi errori,
poter guarire, da quell'amore,
un solo passo, l'un verso l'altro
sarebbe stato più che fatale.

Avrebbe allora, lasciato il tempo,
la vita e il luogo, a lei familiare
curarle il cuore, senza volere
aggiunger legna, a un fuoco spento.

Così alla fine, del suo dolore,
come in un pozzo, in mezzo al prato,
nascosto bene, fra l'erba e il cuore,
cadde e non venne, più ritrovato.

La gente dice che forse è meglio,
dimenticare quel triste evento,
che forse è bene non raccontarlo,
ma son convinto che ancora il vento

da qualche parte, racconta tutto,
ai pesci, ai ragni, al cielo, ai mari,
di lui che attende, in fondo a un pozzo,
il sole e il vento, allungar le mani.

Che aspetta e abbraccia, quella promessa,
che lei gli fece, un giorno andato,
quando il suo volto, la sua bellezza,
fin dentro al cuore, aveva osato

cercare il senso del suo cercare,
scordando quanto, le avevan detto,
che di quel tempo ormai imperfetto
non rimaneva che ricordare

fra il detto e il fatto, il dato e il detto,
qualche speranza, qualche rimpianto,
ed il coraggio, di un cuore stretto
fra il cieco e il lento, color del pianto:

amore, dimmi, prima del buio
di un'altra notte, senza le stelle,
verrai a posarti, qui sopra il prato?
Aspetterai, guardando quelle,

il grido dolce, del vento dire
il vero al vero, “Ma che fortuna,
avere un pozzo, in cui trovare
in fondo ai dubbi, la propria luna”.
[Milano, 22-12-2003]
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