La grazia
 
Sinuoso scocca e imbarca,
dopo secoli d'inchiostro,
il mestruo antico di una sola,
cosa andata o glottide commossa,
sulle labbra di un coltello,
fragile e orgogliosa, frase,
che ritorna.
Parola antica e matriarca,
al centro del suo nulla,
grazia,
sopra un foglio che svanisce:
retta scheggia del passato,
che si incaglia nell'imbuto,
come voglia sopra voglia,
come frase che si staglia
lungo un taglio ricucito,
e non pi storia. Finalmente vita,
e non pi rima fra le dita,
quando insegna per sapere,
quello che il dolore non ci dice,
con la voce,
ma coi pianti levigati
da un'attesa,
come trucioli sui giorni.
Una menzogna?
Non c' scelta,
quando stretta fra le mani la mannaia,
si piegati, testa e mento,
sulla gogna dell'assenza.
Quando l'unica certezza,
la parola andata,
l'urlo urlato
del silenzio.
E la voce,
o quel che resta,
la sola
linea, o guasto atteso,
che congiunge.
E' il passaggio eterno,
fra la nostra consonanza appesa,
solitudo carnis,
di un'attesa e il mondo esterno.
[Milano, 13-12-2003]
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