Senza se e senza ma
  "non si risenta la gente per bene
se non mi adatto a portar le catene..."
Delicati,
suoni di pietra e mare,
contro tempie contro tempo,
mio fratello chiama,
microfondo familiare,
in cui tutto vale
e non vale: pianto di domande,
che pare fuoco e invece è sale,
quando basterebbe così poco
per vivere tutti insieme,
e non soffrire.
Soffici,
sentimenti precipitosi
contro il muro degli impegni,
uno dopo l'altro,
dentro al calendario le parole,
mia madre che non vuole,
mia sorella che ricorda male,
e gli amici che non sanno,
e quelli ancora in mare
aperto, astratto, astrale,
ad attendere il giudizio
della gente, della radio, della tele.
Tragici,
eventi ad oriente,
contro tutto, contro tutti.
Non uno che si inventi
una cosa nuova, o un rossetto
che cancelli labbra e bocca,
denti e voce di chi dice
“Una guerra per la pace”.
Puri e duri? No, solo soli,
con la differenza in fondo al cuore
fra un essere pensante e un arrogante
assassino che comanda in nome di uno stile,
quello degli sconti, degli assenti,
quello delle scatole domestiche,
rotte, craniche, calotte isteriche,
per i domestici, i traslochi e gli scaffali.
Ridicoli,
singoli espedienti
per restare in piedi
contro il muro a denti stretti,
lungo i marciapiedi,
a pensare a quanto “faccia male”
il fumo di una sola sigaretta,
ma una stecca…
tra l'ufficio e il domicilio
non fa che alzare i prezzi.
Dunque: vietato fumare
ma attenzione:
una macchina ad ognuno,
che se no le guerre in cui morire
non avrebbero più senso.
E poi costa, al giorno d'oggi
essere uomini e rischiare
di non esser cittadini,
elettori, sani, giovanili, produttivi,
insomma: funzionare.
Meglio stare attenti con i vizi
quelli falsi, chiaro,
rigate dritto boys,
che altrimenti chi potrebbe
mai investire in un pozzo di parole,
rime inutili come queste e senza fine?
Sublimi,
suoni di caffè e sapori,
di mattina appena vista, e già sera,
quando ci si scorda,
si riprova, non si obietta,
si parcheggia il culo dentro al vuoto
dei pensieri e lì si aspetta
Dio apparire, gli angeli e Maria
perdere la cima, il bandolo, le fila
dei discorsi più severi,
e con loro conversare.
E se non fosse, rinunciare solo
al fragile e banale rigiro di parole
con cui il mondo, o la matassa,
ripercorre il mondo e muore
nelle camere affrescate dei potenti,
soffocati dalle loro circolari.
Fragili,
equilibri sismografici,
amici e presidenti,
contro l'evidenza e la violenza.
Per le strade a ricordare
il luogo esatto, il tempo in cui
qualcuno ha aperto il fuoco,
il portone delle scuole,
il cordone fra le mani,
il dolore di domani.
E adesso? Pace a tutti i costi,
a costo di scordarci,
di tornare tutti a casa
ai veri posti di battaglia,
in trincee di detersivi,
di piantine grasse per l'ufficio,
sorrisi a stelle e a strisce,
sentinelle del mattino
circondate dal destino,
parole, annunci e manifestazioni;
pacifisti senza prove,
ma tanta voglia di contare,
i danni, le speranze, i vostri errori.
Con le unghie della mente dentro il cuore,
a ravanare senza se, ma con le mani,
senza eventi e con le dita,
senza alcun rancore.
Fino al punto esatto,
da cui sfilare ad uno ad uno
i problemi da risolvere e capire,
e il cordone ombelicale con la vita.
Che fatica però restare,
e sopportare questa voglia che ritorna,
che dal basso spinge contro
tutto quanto faccia differenza
a tutto quello che si muove,
che sul filo del reale
non ci pensa su due volte
che si lascia andare
fino in fondo alla distruzione,
sperando nella rete che qualcuno
ha intessuta, stesa o ricucita,
a strascico nel male e sui fondali;
per uscire sulla spiaggia di parole
sorseggiando scuse, errori, trame,
strategie per l'occasione.
Profondi,
errori antichi messi online,
mondi paralleli in cui viviamo;
blogghiamo il nostro nome,
ma quello che vogliamo
è solo l'avventura
di una attore,
di un passante,
la nostra malattia, radiografata,
la lettura di un istante,
per gettare un ponte
fra un ancora, e un per sempre,
sognato la mattina
dimenticato prima di ogni sera
dopo le preghiere.
Controinformazione, my ass
contro qualche cosa,
che non vede, non sente, che si muove
fra un giornale e il suo audience.
E noi qui,
tu ed io a pregare per tutto ciò,
che non ripaga del dolore,
sull'altare della pace,
a guardarla rigirarsi sui balconi
come un girasole,
e ad ogni giro consumare
una speranza,
un filo da seguire,
molliche, eventi, di persone,
il bene e il male,
e rintracciare dentro al labirinto,
tirando la coperta
sopra le spalle dell'amore
e dire “non è niente, questa volta
non ti devi preoccupare”.
Mentre i giornalisti,
diesel dell'informazione,
tentano per eccesso di parole,
d'incastrare qualche astuzia,
qualche cosa,
fra interstizi di qualcuno,
dentro a ciò che gli rimane,
negli angoli degl'anni,
che nemmeno più il cervello
ce la fa più a ripetere e pensare.
Polvere per le scale,
grumi di parole,
rapprese e senza rime.
Astuti,
cerbiatti, astratti mezzi busti in copertina,
illegittima sostanza,
cocaina del benessere occidentale,
dottrina di chi non sarà,
figlia di Esperienza e di Potere,
cugina di Pigrizia,
l'astuzia
è una stanza sempre chiusa,
anche quando fuori splende il sole.
Non prende rischi,
è il ragionamento calcolato,
di chi non gira,
di chi possiede,
la clessidra del passato.
Sorella dell'invidia,
è il buon senso in promozione,
l'astuzia è il bianco e nero,
la retorica e i nemici. Tuttavia
da questa stanchissima generazione,
che ha insegnato al mondo libero
il libero mercato,
che si può acquistare un figlio
e ridarlo indietro,
la sacra rota e il matrimonio breve,
finché l'effetto è garantito,
cosa potevamo mai aspettare?
L'unica fame che capisce
è quella chimica,
quella degli altri, invece.
Poverini,
Poverini,
Poverini,
Poveretti.
Felici,
ne abbiamo il diritto,
contro ogni vostra previsione,
meteo atrofizzato, dalla televisione.
Ché un bel giorno pure voi
potreste accorgervi di avere
fame,
e non avere altro da mangiare,
che il peggiore fra i pensieri mai pensati,
il peggiore fra i sogni e gli incubi sognati.
Tutto ciò che avete avuto
cercato,
trovato,
e poi inseguito,
di nuovo perso, andato
per la strada in cui la vita
ha desiderato andasse.
Senza se e senza ma,
uomini riusciti, usciti
di testa, senno, e circostanza,
e mai tornati, andati,
in India, per le montagne,
a Puerto Escondido, a protestare
in Parlamento per qualche affare
in ospedale in Afghanistan ad urlare,
in campo a giocare neanche maggiorenni,
e trovarsi a dire,
nel pieno di quegli anni,
“Certo, intanto però io posso fare”.
Sinceri,
pensieri aspettano soltanto
di essere pensati, compiuti, accolti,
in mezzo ad ossa sconosciute,
dietro pietre un giorno, e il giorno dopo
macerie in mezzo al cuore,
davanti a quest'impossibile dolore
a questa infinita appartenenza
motore di un'intollerabile speranza.
Allora chiamerò a raccolta la pazienza
amo e filo, ed insegnerò a pescare.
Insegnerò a fermarsi per capire,
a scendere dal muro per vestirsi
delle azioni e delle proprie decisioni,
insegnerò la fratellanza,
il perdono, l'umiltà, il silenzio,
la fame, la vergogna, e la perseveranza.
Cosa ci posso fare,
se sono queste le parole?
Preferite forse: Guerra permanente?
Privatizzazione della rabbia collettiva?
Un branco congeniato,
come un orologio lasciato ticchettare
sul comodino del potere?
Ma non ce l'ho con voi,
vi ammiro, vi amo, vi adoro,
solo state attenti,
spiacerebbe rivedervi imbarazzati,
feriti dai vostri stessi ardori:
i primi a non buttare via
tutto questo ben di Dio,
siamo noi, tutti noi.
I nostri se, i nostri ma,
i nostri figli, i nostri sogni,
i nostri difetti, affetti, stretti
cunicoli di voce e luce,
in fondo ai quali
c'è un pensiero che tradisce,
l'arcipelago dei segni
in fresco per le storia:
dispersi in mezzo al mare di parole
che non riusciamo a dire. A navigare.
E nella notte
un fuoco di domande
con cui scaldarsi il cuore
finché sia l'alba la risposta
e non il male.
[Milano, 10-04-2003]
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